Dopo circa undici anni, l’appello lanciato nell’articolo qui pubblicato dal titolo Casalbuono: “La Cappellina di San Cono”, trova oggi la sua risposta più bella: la ristrutturazione completa di quel piccolo ma prezioso luogo di devozione, e la costruzione dell’edicola votiva di San Cono.
Allora si raccontava la storia della Cappellina, posta lungo un’antica mulattiera che per secoli aveva visto passare carovane di muli diretti in montagna, greggi condotti al pascolo, bestie da soma avviate alle contrade per i lavori agricoli.
Una strada viva, pulsante, quotidiana
Di quella via antica resta oggi un solo tratto, immutato e quasi dismesso, che dall’incrocio di via Nazionale, costeggiava i ruderi dell’ex Cappellina (ora non più esistente) e si congiunge al bivio che porta al Santuario della Madonna della Consolazione, sul Monte “La Difesa”.
Un tratto che appartiene alla storia profonda di Casalbuono, intrecciata per secoli con quella di Cadossa. Per quattrocento anni, infatti, i casalnuovesi percorsero quella strada per raggiungere il monastero da cui dipendevano, come ricorda l’antico inventario del 1372: “…via publica qua itur Cadossam et Casalenovum”.
Era un’arteria di rapporti civili, religiosi ed economici
Dopo la legge eversiva del 1866/67, la frequentazione con Cadossa diminuì, ma la via rimase comunque un collegamento essenziale, fin dall’antico, tra Casalbuono, Montesano e Cadossa per recarsi al monastero – oggi proprietà della nobile famiglia Passarelli – o per raggiungere i campi delle contrade comunali.
Passare davanti a quel sito sacro, dove sorgevano i ruderi della Cappellina, era parte dell’ordinarietà della vita.
Fin dall’antico, quindi, quel tratto veniva percorso dal popolo di Dio per recarsi al monastero di Santa Maria Assunta per partecipare alla celebrazione dei riti religiosi e, ancora oggi, per raggiungere il Santuario della SS. Vergine della Consolazione.
Anticamente la Madonna scendeva in paese il 7 settembre e risaliva al Monte l’8; oggi i festeggiamenti si svolgono l’8, 9 e 10 settembre, con la discesa della sacra Immagine il giorno 9. E ancora una volta, come sempre, si passa da lì.
Della Cappellina non restava più nulla: solo le mura perimetrali, segnate da un tenue colore pompeiano, e i ruderi che riempivano lo spazio votivo.
Ma due nomi sono rimasti vivi nella memoria collettiva: “la voltata di San Cono”(curva della strada dinanzi all’ex cappellina- ora edicola votiva) e “la costa di San Cono”,(la fiancata del monte che sovrasta Casalbuono).
Questi toponimi raccontano la venerazione verso San Cono, il Santo benedettino di Teggiano, dove visse, e di Cadossa, dove operò e morì in odore di santità. Solo il 3 giugno del 1261, nel cenobio di Cadossa, furono rinvenuti i resti mortali di San Cono: candidi, puri, bianchi come la neve. Da quel giorno, la data del 3 giugno è divenuta per sempre il fulcro della sua memoria e della sua festa, ricorrenza che ogni anno rinnova la devozione verso il Santo benedettino. La devozione casalnuovese era naturale: non solo per fede, ma per un senso profondo di appartenenza.
San Cono era “uno di casa”
Per onorarlo, poco dopo la sua morte, Casalnuovo gli dedicò una cappellina ab antiquo, edificata alla “voltata”, a circa duecento metri dall’abitato. Quel luogo era sacro e semplice: il clero vi sostava per deporre i paramenti liturgici prima di proseguire verso il monastero di Santa Maria Assunta di Cadossa, meta frequente di pellegrinaggi e incontri religiosi, civili ed economici.
Col tempo, la Cappellina fu abbandonata e crollò, lasciando solo ruderi. Ma la memoria non si spense: la curva e la costa di San Cono continuarono a vivere nel linguaggio e nel cuore della gente.
La devozione era così forte che i casalnuovesi elessero San Cono compatrono del paese. Un manoscritto dell’arciprete Don Michele Calabria (10 ottobre 1836), in risposta a Mons. Antonio Sacco, testimonia:
“Prima i protettori erano S. Cono, S. Vito e S. Biagio, ora rimasti comprotettori…”
Nonostante la fama della sua santità, non conosciamo con certezza la data della nascita né quella della dipartita. La tradizione narra che la madre, Indelli, ebbe un sogno luminoso: vide nel grembo un bambino splendente di luce celeste. Un uomo di chiesa le disse che quel sogno annunciava la nascita di un figlio ardente d’amore divino.
Al bambino fu dato il nome di Cono. Cresciuto in una famiglia timorata di Dio, mostrò fin da piccolo inclinazione verso la vita benedettina. Rifiutato dal monastero di Diano per diverbi familiari, si rivolse con ardore a Cadossa, dove fu accolto e iniziò il noviziato sotto la Regola di San Benedetto.
A Cadossa divenne monaco, progredì negli studi, nelle virtù e nella santità, fino a diventare amministratore del cenobio. La sua fama si diffuse, alimentata da episodi ritenuti miracolosi.
Giunta la sua ultima sera, mentre cenava con i confratelli, una voce dal cielo lo chiamò: “Cono, Cono! Questa notte stessa volerai verso il cielo!” E così avvenne: quella stessa notte rese la sua anima al Signore, lasciando un’eredità di fede che nei secoli non si è mai spenta.
La venerazione di San Cono, già viva a Cadossa e a Casalnuovo, si diffuse tanto da oltrepassare i confini del cenobio e del territorio circostante, irradiandosi fino a Diano, sua patria.
Proprio lì, in sua memoria e in suo onore, gli fu dedicata una chiesa, come attestato nell’Inventario di Cadossa del 3 febbraio 1372 (carta 14 recto), preziosa testimonianza che conferma quanto profonda e radicata fosse la devozione verso il Santo benedettino.
«Ugualmente nella terra di Diano (Cadossa possiede) la chiusa di San Cono, sul confine di S. Maria Annunciata di Diano, vicino alla porta del muro di Diano, dove ci sono le palme, non lungi dal muro».
«Analogamente nella predetta terra di Diano (c’è) la chiesa proprio vicino al muro della stessa terra denominata di San […spazio vuoto] (Cono?) nella costa di S. Stefano, ubicata negli orti che un tempo furono di San Cono di Diano, il quale fu monaco, ovvero oblato di Cadossa, come è evidente da pubblico istrumento della predetta chiesa».
Ma tornando al nostro dire iniziale, il luogo dove un tempo sorgeva la Cappellina votiva – poi diruta, scomparsa, ridotta per lunghissimo tempo a un cumulo di macerie che ne indicava appena l’antica esistenza – oggi è tornato a parlare. Solo pochi giorni fa, grazie a un radicale intervento di ristrutturazione fortemente voluto dall’Amministrazione comunale di Casalbuono, guidata dal Sindaco dott. Attilio Romano, quel sito ha ritrovato la sua dignità e la sua voce. A loro, qui e ora, va la nostra convinta lode e riconoscenza.
Là dove sorgeva la Cappellina, sulle mura perimetrali superstiti, è stata realizzata una splendida edicola votiva con l’immagine di San Cono in piastrelle: un segno luminoso che richiama l’antica costruzione e si armonizza con l’ambiente circostante, come se fosse sempre appartenuta a quel luogo.
E, a dirla tutta, con la costruzione del seggio destinato alla posa momentanea della statua della Madonna della Consolazione – proveniente dal Santuario sul Monte “La Difesa” -collocato nel cuore della mulattiera, proprio di fronte all’edicola di San Cono, si è voluto ricomporre un’antica unità spirituale. In quel punto, fede e tradizione tornano a incontrarsi: la memoria del Santo benedettino e la devozione verso la Vergine si ritrovano insieme, come nei secoli vissuti dal popolo di Casalbuono.
Così, in questo luogo restituito alla luce, la nostra Comunità ritrova non solo un frammento della sua storia, ma anche il respiro profondo della sua identità.

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