a cura del prof. Mario Casella

Parroco della Cattedrale. L’11 maggio 1955, muore Mons. D. Giovanni Giuliani, che per oltre un trentennio è stato Decano Parroco della Cattedrale. Nel novembre di quello stesso anno, il vescovo Tinivella, che da poco, dal 2 giugno di quello stesso anno, ha preso il posto di mons. Caldarola alla guida della diocesi di Teggiano, chiama don Michele e gli domanda: vuoi diventare parroco della Cattedrale? “[…] fu un fulmine a ciel sereno”, racconterà poi don Michele: “Non me lo aspettavo e tanto meno ci aspiravo: conoscevo bene i limiti della mia capacità. Tutto questo resi noto a S. E. Tinivella, il quale, dopo avermi ascoltato pazientemente mi dice: Va, ubbidisci, siamo noi accanto a te. Che dovevo dire?… ‘In verbo tuo laxabo retem’, sulla tua parola butto la rete”. La presa di possesso della parrocchia avviene l’8 dicembre 1955, festività dell’Immacolata, “trave portante” del suo Sacerdozio (così la definirà nel luglio-dicembre 1985). Nelle poche parole lette durante la cerimonia, il nuovo parroco si domanda: “Che cosa faremo? Quale programma svolgeremo?”. Risposta: “Innanzitutto è necessario parlare al plurale: non plurale maiestatico, ma numerico e reale, nel senso che il programma sarà opera di tutti. Di collaborazione ho bisogno, della vostra collaborazione”. Quindi aggiunge: “il programma è vasto ed impegnativo, da solo non ce la faccio, ma assieme a voi possiamo fare un mondo di cose: se Sansone, nell’Antico Testamento, con una sola mascella di asino, sbaragliò un esercito intero, che non potrà fare Dio con me che sono un asino intero? E allora ‘In nomine Domini. Amen’”.

Nei propositi di don Michele, c’è un duplice programma: l’uno di ordine spirituale ed apostolico, l’altro di carattere organizzativo ed operativo. Il primo – afferma il nuovo parroco – “è molto semplice, ma assai denso: vivere e far vivere il Vangelo. Ecco tutto! Solo se viviamo secondo il Vangelo conseguiremo il fine della nostra vita: santificazione di noi stessi e la gloria di Dio”; il secondo programma fa riferimento alle numerose opere da realizzare per le due case affidate alle sue cure pastorali: la casa di Dio, cioè la Cattedrale, e la casa del parroco, cioè la canonica. L’una ha bisogno di urgenti restauri generali e di altri interventi volti ad abbellire la cappella di San Cono e a dotare la chiesa di nuovi arredi sacri, di nuovi banchi, di un nuovo organo e  di “tutto ciò che esigerà la dignità del culto divino”; perché – spiega don Michele – “non è né dignitoso e né decoroso per noi teggianesi mantenere ancora in stato di abbandono quello che deve essere il nostro orgoglio, ossia il tempio massimo della Diocesi, Sede gloriosa della Cattedra Episcopale, santuario della gloria più fulgida di Teggiano, S. Cono”. Quanto alla casa canonica, essa – afferma il parroco – deve essere “la casa del popolo, la casa di tutti, la scuola dei cuori”.

Tutte queste opere, ed altre ancora (ad esempio il monumento all’Immacolata in Piazza Castello e la modifica e il restauro della cappella di San Giovanni destinata ad ospitare gli Uomini di Azione Cattolica) saranno presto realizzate per una spesa complessiva di 26.261.997. Da dove sono usciti tanti soldi? A questa domanda risponderà lo stesso don Michele nel gennaio del 1961, facendo su “La Voce di San Cono” un bilancio del primo lustro del suo ministero: “quantunque chi dà per primo dà per due e, qualche volta, per tutti, posso assicurarvi che la massima parte di questo denaro è vostro. La sera dell’8 dicembre 1955 mi appellavo alla vostra generosità e questa generosità su cui gioca la Divina Provvidenza non mi è venuta mai meno: è l’unica banca di cui mi servo con fiducia. Io, di mio, avevo ben poco e quel poco che potevo disporre l’ho dato ben volentieri, privandomi spesso, non dico del necessario, bensì di giuste e sante soddisfazioni. Tanto per dirne una: corre l’anno 25° del mio Sacerdozio, avrei tanto desiderato di passare qualche giorno davanti alla Grotta della Madonna di Lourdes ma vi ho rinunziato, limitandomi di passare poche ore ai piedi della Vergine di Pompei. E ciò perché? Perché, dopo 25 anni di Sacerdozio, ancora non disponevo del minimo per potermi recare a Lourdes”.

Alle opere appena ricordate altre se ne aggiungeranno negli anni successivi: la ristrutturazione della chiesa della Misericordia, l’ampliamento della chiesa di San Michele al monte…

 Una parola a parte merita il bollettino “La Voce di San Cono”, che tra le opere di don Michele è certamente una delle più importanti e significative. Lo stesso Don Michele non nasconde, nei suoi scritti, il suo compiacimento ed anche un pizzico di legittimo orgoglio per quella che nel 1985 chiamerà la sua “prima genitura”. Racconta nel 1984: “La prima iniziativa che attuai fu la istituzione del bollettino ‘La Voce di San Cono’ con la volontà e la speranza di raggiungere i devoti di S. Cono, quanti più ne fosse possibile, e dialogare con essi con una voce facile, semplice, familiare, accessibile a tutti. Tale istituzione l’ho sempre considerata come la spina dorsale del mio apostolato sacerdotale. E’ stato ed è un osso duro sia per stilarlo, sia per spedirlo e tanto più per pagarlo e ci è voluta tanta buona volontà per tirarlo avanti fin qui, da circa 30 anni, ma è valsa la pena, perché esso è stato ed è il mezzo più efficace per tenerci uniti, ovunque si risieda sparsi nel mondo. La tiratura attuale è di 1000 copie, tutti possono richiederlo: basta inviare l’indirizzo, l’offerta libera, piccola o grande che sia, vuol essere soltanto un segno che si desidera riceverlo. Mi dispiace soltanto che non sempre arriva a tutti e parecchi tornano indietro, e per questo non so che cosa fare. Chi non lo ricevesse ne faccia richiesta, glie ne spedirò una seconda copia se ne avrò disponibili. Ma questo fino a quando? Non lo so, certo un termine ci sarà. Vorrei che sopravvivesse nel futuro fino a che duri la devozione a S. Cono”.

In altri articoli, don Michele ritorna sulle origini del bollettino per ricordare con quale stato d’animo gli ha dato vita (ero “trepidante come una madre che si appresta a dare alla luce la sua prima creatura”) e le difficoltà che ha dovuto superare per pubblicarlo e le soddisfazioni che ne sono subito venute; per manifestare la “speranza” che “La Voce di San Cono” sopravviva al suo fondatore; e per sottolineare lo “spirito”  semplice e “familiare” che l’ha caratterizzato fin dalle origini: “E’ un bollettino – afferma ripetutamente don Michele – che, come tutti sanno, non ha pretese, non si crede di essere qualche cosa, ma è voluto essere soltanto un mezzo familiare, tramite il quale ci siamo dette tante cose, senza atteggiamenti paternalistici o cattedratici, ma cose alla buona, fraternamente, come si fa in famiglia. Ci siamo scambiati gli auguri, ci siamo comunicate le buone e tristi notizie, si siamo dette le difficoltà, i propositi, le iniziative di un certo rilevo, in modo che ogni cosa ognuno l’ha potuta considerare propria; abbiamo goduto assieme delle belle notizie come pure abbiamo sofferto assieme per quelle meno buone. Non è mancata nemmeno la nota gaia di qualche buona barzelletta forse le più attese, anche se non sempre riuscite… Insomma ci siamo trattati come in famiglia ed è quanto dire […]”. Al Bollettino, don Michele si rivolge talvolta come ad un “compagno di vita”. Scrive, ad esempio, in un articolo intitolato “Io e il Bollettino abbiamo quindici anni” (ottobre 1970-gennaio 1971): “Caro Bollettino, compagno della mia vita, ricorda il tuo nascere: eri allora piccolino, piccolino, timido, incerto, ma ora sei grande, pien di vita, loquace; il tuo peso si fa sentire e il prezzo più ancora per sostenerti, ebbene avanti, sempre avanti! Non guardare i miei passi che van facendosi sempre più vacillanti, e fa sentire la tua voce ai quattro venti e polarizza i cuori di tutti su l’unico centro, Teggiano, su cui, come astri lucenti, splende la santità di Cono, di Laverio e dell’umile Benedettina, Donna Giuditta Celio […]”.

I bilanci di Don Michele. Particolarmente interessanti appaiono, per conoscere da vicino l’umanità e la spiritualità di don Michele, i “bilanci” che, ad ogni anniversario importante, lo stesso don Michele fa sulle pagine de “La Voce di San Cono”, non certo per rivendicare a sé i meriti di quanto è stato realizzato, ma per ringraziare Dio, per chiedere perdono ai parrocchiani dei suoi limiti e delle sue incapacità, e per richiamare l’attenzione sulle cose da fare o da fare meglio.

Tra i suoi bilanci, meritano di essere segnalati quelli del 1959 al compimento del suo cinquantesimo anno di vita e quello del 1966 sui primi dieci anni del suo ministero parrocchiale.

Nel primo afferma, rispondendo a chi gli ha augurato “100 anni di vita”: Per conto mio, poco interessa che gli anni della mia vita siano 100 o poco più di 50, a me preme che faccia in pieno la volontà di Dio, così come a Lui piace. Sarebbero questi gli auguri che preferirei dagli amici: ‘che io possa fare la volontà di Dio’, avvalorati magari da una breve preghiera”. Poi aggiunge: Quale sarà stata la mia vita passata?… Dio lo sa! Quante debolezze, quante deficienze, quante imperfezioni!… Nonostante tutto però posso affermare in coscienza che, da quando ho sentito la responsabilità di me stesso, ho sempre considerato la vita come una missione, come una cosa sacra da impreziosire sempre più col sacrificio. Mi sono sempre considerato come un aratro nelle mani del Divino Agricoltore, un rozzo aratro, il quale non ha mancato di far sentire il suo stridente cigolìo di fronte alle difficoltà della vita, ma, pur alla men peggio, si è sforzato di ubbidire all’impulso del Divino Condottiere che mi ha guidato e invitato, per se e per mezzo dei Superiori, a guardare sempre in alto. Quante grazie, o Signore, in 50 anni di vita! Eppure quanta incorrispondenza, quanta ingratitudine, perdonami! E se a Te piacerà concedermi ancora qualche altro anno di vita, dammi ancora la forza di vivere questa vita così come Tu vuoi. Sostienimi nei momenti più duri della vita e fa che queste anime che Tu mi hai affidato, trasfigurati dalla Tua grazia, possano un giorno, assieme con me, vedere Te senza velo e godere quella gloria che Tu stesso ci acquistasti sul Calvario”.

Nel bilancio del 1966, don Michele ritorna sui primi dieci anni del suo ministero parrocchiale, scrivendo: “E per l’avvenire cosa faremo? Innanzitutto bisogna battere il chiodo su la Cultura Religiosa in genere: bisogna combattere il vizio sotto qualunque aspetto si presenti; bisogna salvaguardare l’innocenza dei fanciulli, soccorrere spiritualmente gli ammalati, i sofferenti, i tribolati; ridare la vita ai morti alla grazia, applicando i frutti della Redenzione a favore di questa povera umanità che, a dispetto di tutto il progresso scientifico, economico e sociale, resta sempre la misera Figlia di Adamo”. Nel suo bilancio, Don Michele non nasconde le deficienze e le lacune esistenti nei rami maschili dell’A. C. parrocchiale in fatto di cultura religiosa. Al contrario, richiama su di esse l’attenzione dei suoi fedeli, facendo appello alle sue doti di narratore e ricorrendo ad uno strumento letterario a lui molto familiare: l’ironia. Scrive, infatti: “E’ vero, si è riusciti a provvedere per i nostri ragazzi e per i nostri uomini, locali ampii e dignitosi, dove adunarsi, istruirsi e divertirsi, ma pare che l’effetto principale di queste sedi è quello di indurre i nostri soci ad una profonda meditazione che, appunto perché molto lunga e molto intensa, non sempre produce i frutti desiderati.

Oh li vedeste questi nostri soci come sono compresi nella loro meditazione! Ognuno con la sua pagina in mano e  legge, e riflette, e ragiona, e discute con l’amico che gli sta di fronte e solo allora piglia una decisione quando è sicuro di un effetto valido e pratico.

La loro meditazione non verte sui novissimi: morte, giudizio, inferno e paradiso, no, essi sono talmente formati a queste cose che non ci pensano nemmeno   E né perdono tempo a leggere grossi volumi, niente affatto, ma si limitano ad un libricino di poche pagine, ma dense di sapienza umana. Questo libricino si compone di quattro parti come i quattro Evangelisti; di quattro orientamenti come i quattro punti cardinali; di quattro colori come quelli liturgici: rosso, giallo, verde e bleu; ha diversi argomenti come ogni libro che si rispetti e si compone di appena quaranta pagine… Sapete come si chiama questo libro prezioso?… Qualcuno forse pensa alla “Imitazione di Cristo”. No, si chiama invece “Mazzo di carte” con lettere maiuscole. Esso solo si compone, come abbiamo detto, di quaranta pagine, di quattro parti, orientamenti e colori: coppa, spada, denaro e bastone; esso solo tratta svariati argomenti e fa andare in visibilio le genti, pensate alla briscola, alla scopa, al tressette e via dicendo…”.